Visi neri, come la grafite
La tradizione orale, strumento prediletto di comunicazione fino a
poche decine di anni fa, ormai sembra essere sparita dalle nostre
abitudini sociali, quasi fosse un retaggio di un tempo lontano in
cui non esistevano la moltitudine di media oggi disponibili e la
parola raccontata era praticamente l'unico strumento efficace per la
conservazione dell'identità locale.
Oggi tutto è diverso: si comunica di più e meglio grazie anche a
mezzi straordinariamente potenti e veloci, si mescolano le culture a
livello globale attingendo a conoscenze lontane spesso migliaia di
chilometri e assorbendo fascinose ideologie sviluppatesi nei
contesti più diversi. E questo è giusto e bellissimo, perché solo
capendo e conoscendo ciò che ci differenzia culturalmente riusciremo
ad integrarci a livello planetario, costruendo un futuro di
reciproco rispetto.
Però non basta. Non è sufficiente, se implica la perdita delle
conoscenze storiche più localizzate, se implica il sacrificio delle
piccole identità culturali, dei valori sociali legati al territorio,
delle tradizioni valligiane.
Sono di fatto livelli diversi di consapevolezza che dovremmo
imparare a condividere intimamente senza il sacrifico di nessuna
parte, per non perdere un patrimonio che possediamo, ma di cui
spesso non ci rendiamo conto.
Una tra le tante realtà sociali e culturali valbormidesi che
rischia davvero l'oblio è quella di Murialdo, piccolo paese
dell'entroterra savonese, costituito da un insieme di borgate sparse
su un territorio discretamente grande, la cui economia attuale è
legata al taglio del legname, alla presenza di un'unica industria di
una certa importanza e ad una malcelata vocazione per il turismo
degli spazi aperti e degli ambienti incontaminati.
Agli occhi del resto dei paesi della Valbormida, oggi Murialdo è
questo.
Ma non è stato sempre così: c'è stata un'epoca non molto lontana che
ha visto questo luogo assoluto protagonista della vita economica e
industriale, quasi un vanto progressista per la qualità del lavoro
che vi si svolgeva, faticoso, durissimo e logorante, ma nel contempo
dignitoso e qualificante come solo il lavoro in miniera può essere.
A Murialdo per oltre un settantennio si è estratta grafite: una
delle poche attività minerarie di successo tra quelle portate a
compimento in questa valle lunga e tortuosa, che pure ha visto
centinaia di tentativi di sfruttamento delle risorse del sottosuolo.
E la ricerca e l'estrazione della grafite dalle pendici del Monte
Camulera sono state davvero un fulcro per lo sviluppo economico e
sociale di un territorio costituito tradizionalmente da boscaioli e
contadini senza molte prospettive di una vita differente dalla
quotidiana sopravvivenza.
Cosa rimane ora di tutto questo? La traccia lasciata dalle
miniere in questi luoghi non è fatta solo di scuri scisti grafitici
abbandonati sui ripidi versanti della Rocca del Bonomo, di sottile e
maligna polvere di silice depositata nei polmoni dei minatori, di
poche foto di operai dai visi neri come la grafite che scavavano.
È fatta invece, soprattutto, del materializzarsi di una
prospettiva di partecipazione lavorativa di ampio respiro che ha
cambiato per sempre il tradizionale isolamento di questi luoghi.
L'escavazione dei quasi dieci chilometri di gallerie di ricerca, qui
ha rappresentato qualcosa di più che forare la montagna; ha portato
alla formazione di un reticolo di relazioni interpersonali,
all'acquisizione di un bagaglio di competenze professionali,
all'emancipazione economica e all'elevazione sociale di una intera
comunità.
Sarà poca cosa rispetto alle grandi realtà industriali di altre
zone d'Italia, magari neanche troppo lontane, ma per questa piccola e
isolata valle si è trattato di un valore assoluto che non possiamo
permetterci di
dimenticare. |